SFRUTTAMENTO A PRATO: UN CAMMINO LUNGO E SCOSCESO, MA SI MUOVONO PASSI. LE NOSTRE PROPOSTE.

SFRUTTAMENTO A PRATO: UN CAMMINO LUNGO E SCOSCESO, MA SI MUOVONO PASSI. LE NOSTRE PROPOSTE.

Il 22 febbraio 2020 si è tenuta a Prato una seduta straordinaria e aperta del Consiglio Comunale sul tema delSistema Prato – Illegalità diffusa in città in materia di diritti dei lavoratori e concorrenza . Alla fine dei lavori del Consiglio è stato approvato con 17 voti favorevoli e 7 contrari un Ordine del Giorno presentato dal Partito Democratico e dal M5S, frutto di un percorso con le categorie economiche e i sindacati.

E’ intervenuto come relatore per le Organizzazioni Sindacali CGIL, CISL e UIL Lorenzo Pancini, Segretario Generale della Camera del Lavoro CGIL Prato. Riportiamo di seguito il suo intervento.

Ringrazio il Consiglio da parte di CGIL, CISL e UIL dell’invito. Proverò a mettere in fila alcune cose, il tempo è stretto e l’argomento richiederebbe invece molto più tempo. Nel 2014, lo diceva anche il Dott. Fabbri, l’IRPET ha provato a stimare quanti fossero gli irregolari sul territorio all’interno del sistema dello sfruttamento lavorativo. Indicativamente allora si parlava di circa un addetto irregolare per un addetto regolare, quindi noi stiamo parlando, se riposizioniamo al 2020 quel dato, di migliaia di lavoratori che lavorano in condizioni di sfruttamento lavorativo, ossia un fenomeno che non è legato soltanto al nero, ma molto spesso, anzi, nell’ultima fase, è legato al grigio, ovvero contratti che risulterebbero regolari, part-time, ma che in realtà sfruttano la manodopera fino a dieci, dodici, quattordici ore al giorno per sette giorni la settimana per 800/1000 euro al mese, il che vale a dire 2 o 3 euro l’ora. Ed il fenomeno non si è limitato al manifatturiero. Ormai il fenomeno ha una tale pervasività e profondità che si è allargato in tutti i settori del nostro territorio, lo dico dall’osservatorio “privilegiato” che abbiamo. E’ nella logistica, è nell’agroalimentare, è nel terziario: è un fenomeno che muta pelle ad una velocità incredibile e che, come veniva detto nell’introduzione, si avvale di un sistema di professionisti che agevolano certe modalità di mutamento del sistema stesso, di adattamento al sistema. Noi abbiamo rilevato modalità come anche quella di utilizzare i sistemi telematici, ad esempio quelli delle dimissioni volontarie, da parte di alcuni consulenti, per far dimettere i lavoratori a loro insaputa che poi non posso nemmeno accedere alla disoccupazione. Questo significa che ogni cavillo, ogni rivolo che è possibile utilizzare all’interno del sistema normativo vigente viene utilizzato, e questo permette al sistema di mutare e rimanere sempre in piedi. Questo è chiaramente un sistema che è legato fortemente a interessi del territorio, anche di chi attraverso l’affitto del capannone industriale vive con una rendita garantita e quindi, se noi lo consideriamo per ciò che è, ovvero un sistema, non possiamo che affrontarlo come tale ovvero mettendo in campo una serie di azioni coordinate che non possono limitarsi soltanto all’azione repressiva. Perché qui stiamo parlando di un modello produttivo che è esportabile, che viene esportato perché è un modello che funziona, in quanto gioca sulla competizione dello sfruttamento del lavoro, quindi è un modello vincente. Per fare questo noi abbiamo bisogno non solo di strumenti repressivi ma anche di politiche integrate da un punto di vista economico, sociale e fiscale.

Provo ad indicare cinque azioni che noi riteniamo prioritarie.

1 – Vigilanza e contrasto. Non abbiamo bisogno di inventarci leggi nuove, le leggi esistono, occorre applicarle, ma per applicare le leggi esistenti che abbiamo indicato più e più volte, dallo sfruttamento lavorativo alla responsabilità dei committenti, occorre che le articolazioni territoriali dello Stato abbiano organici adeguati, altrimenti rischiamo di chiedere che vengano applicate le norme ma che non ci siano ispettori, tecnici che possano andare nelle aziende perché numericamente non sono in grado di farlo. Abbiamo anche la necessità di rivedere le modalità di vigilanza e controllo di queste aziende, provando a intervenire con modalità diverse.

2 – L’emersione. Nelle nostre sedi ogni giorno si presentano lavoratori e lavoratrici in una condizione di sfruttamento, e sono decine al mese, centinaia in un anno, ma sono la punta di un iceberg, perché spesso questi lavoratori e queste lavoratrici non sono messi in condizione di emergere dalla loro condizione. Si tratta di lavoratori stranieri con permesso di soggiorno che se perdono quel lavoro rischiano di diventare irregolari sul territorio. Il paradosso di questo paese è che spesso questi lavoratori e lavoratrici preferiscono rimanere nel sommerso perché garantisce di più di ciò che trovano fuori da quel sistema. E allora noi dobbiamo intervenire dal punto di vista normativo eliminando quei decreti che hanno di fatto smantellato non solo il sistema della presa in carico diffusa nel territorio, dai CAS agli Sprar, ma anche il sistema della protezione internazionale con i permessi umanitari e il permesso di soggiorno, e che invece di aver dato più garanzie ai cittadini hanno ancora di più schiacciato questi lavoratori relegandoli in stato di bisogno nel sommerso e compressi verso il basso. Abbiamo bisogno di ridefinire un impianto normativo a tutela di queste lavoratrici e di questi lavoratori riformulando l’articolo 18 del TU sull’immigrazione che è uno degli scarsissimi strumenti a disposizione per la tutela di queste persone, ma che di fatto non funziona.

3 – La protezione. Non abbiamo bisogno di creare reti di protezione reali per questi lavoratori. Non è possibile immaginare che vengano al sindacato per denunciare la loro condizione di sfruttamento e poiché hanno perso il lavoro rischiano di perdere il permesso di soggiorno, hanno perso l’alloggio, il vitto e sono in mezzo a una strada e non abbiamo reti adeguate per garantire la loro protezione in termini di bisogni essenziali della persona umana.

4 – Intervenire attraverso un sistema che permetta a chi denuncia la propria condizione, a chi collabora con le forze dell’ordine, non solo di avere un permesso di soggiorno ma di avere un percorso di reinserimento lavorativo. Questi ragazzi denunciano se possono avere un lavoro regolare che consenta loro di potersi pagare un affitto e di poter vivere una vita dignitosa, come ognuno di noi.

5 – Ultima azione ma non per importanza è quella dell’integrazione: servono politiche reali di integrazione che valorizzino quella parte sana che ha già optato per la regolarità, e costruendo con questa parte un’alleanza, perché se non facciamo sistema rispetto alle politiche da mettere in atto, noi questa battaglia rischiamo di perderla fin dall’inizio. Grazie.

Guarda l’intervento del Segretario generale della CGIL Prato Lorenzo Pancini al link dal minuto 1:32:00 al minuto 1:41:00

http://webtv-consiglio.comune.prato.it/watch/Consiglio_Comunale_20200222_0930