Non pensiamo solo a quando riaprire, ma come e con quale modello.

Non pensiamo solo a quando riaprire, ma come e con quale modello.

Riemergo solo ora dalle richieste di integrazioni salariali che ci sono pervenute. Solo nel tessile più di 1100 aziende per quasi 14000 lavoratori, tra industria e artigianato. Praticamente tutto fermo.

La preoccupazione è grande. Ed è di tutti. Perché il futuro non è solo incerto, è, più probabilmente, buio.

A Prato più che da altre parti, anche per colpa di un modello che, non redistribuendo la ricchezza prodotta, poggia su un terzismo che non guadagna, per usare un eufemismo, da anni.

Vedo che le imprese sono, giustamente, preoccupate di quando potranno ripartire. È comprensibile ma non potranno essere loro a determinarlo. Né loro né la politica. Dovremo, tutti, ascoltare chi ha la competenza scientifica per determinarne il momento e la gradualità.

E visto che nessuno di noi potrà influire sul quando, forse dovremo lavorare per influire sul come, e con quale modello. E usare il tempo che intercorre per arrivarci pronti.

Vedo quindi con estremo favore l’iniziativa di Pratofutura di pubblicizzare chi si impegna a rispettare i pagamenti di marzo e di aprile. In primo luogo perché riesuma quello spirito di distretto che ci ha reso grandi e che purtroppo non vedevo più da tempo. In secondo luogo perché palesa la consapevolezza che autofinanziarsi con i soldi dei propri terzisti vuol dire segare il ramo sul quale siamo seduti. E stavolta non lentamente, ma tutto insieme. Stavolta salterebbe tutto.

E questo vuol dire ripensare il modello. Abbiamo speso anni per una mappatura della filiera che ha fotografato l’esistente e, pur non facendo emergere niente che non fosse noto agli addetti ai lavori, lo ha quantificato e ne ha reso pubblica la misura. Emergeva un terzismo in via di estinzione perché non remunerativo.

Se -e purtroppo è un se- dopo  questa terribile esperienza, vogliamo mantenere la capacità di produrre tessuti e filati in questo territorio, dovremo avere il coraggio di dire che bisogna riverticalizzarsi. Il che può non voler dire che bisogna tornare ai lanifici a ciclo completo (di cui tra l’altro, a Prato, abbiamo ancora un esempio che funziona benissimo). Ma sicuramente a reti di impresa forti, legati da patti di ferro. Meglio se fatti dai notai, con lo scambio di quote societarie. Un modello che garantisca ai committenti la capacità produttiva e ai  terzisti il lavoro. Il modello che abbandoni le cosiddette “aste dei mescoli”. E delle altre lavorazioni.

Per come la vedo io, stavolta non è una possibilità. È l’unica possibilità. E forse bisognerebbe cominciare davvero a prepararsi per questo.

Massimiliano Brezzo