“L’osservatorio della crisi pandemica nella provincia di Prato”. Pin e Cgil fanno i conti con le conseguenze dell’emergenza sanitaria. La segreteria Cgil: “C’è bisogno di un nuovo patto territoriale”

“L’osservatorio della crisi pandemica nella provincia di Prato”. Pin e Cgil fanno i conti con le conseguenze dell’emergenza sanitaria. La segreteria Cgil: “C’è bisogno di un nuovo patto territoriale”

«Un nuovo patto per Prato e provincia, da costruire con gli attori economici, sociali, istituzionali». E’ la proposta che la segreteria della Cgil di Prato (il segretario generale Lorenzo Pancini e le segretarie Daniela Boschi e Manuela Marigolli) lancia presentando “L’osservatorio sulla crisi pandemica nella provincia di Prato”, e il primo dei quattro rapporti che verranno pubblicati quest’anno, con report conclusivo nel 2021, sugli effetti dell’emergenza sanitaria sull’economia locale.

La rilevazione, illustrata stamani, curata da Enrico Fabbri e Dimitri Storai, è stata commissionata dalla Camera del Lavoro al Laboratorio di Scienze del Lavoro (Laboris) del Pin – Polo universitario della Città di Prato. La ragione la descrivono Pancini, Boschi e Marigolli: «E’ un’illusione pensare di uscire dalla crisi epidemica nel modo in cui ci siamo entrati, di tornare a due mesi fa, come se niente fosse accaduto».

Da qui la scelta di mettere in piedi un osservatorio socio-economicio: «La pandemia ha evidenziato processi di crisi, visibili anche nel nostro distretto, e la necessità di ripensare, anche localmente, il nostro modello di sviluppo e di vita. Per fare un confronto serio bisogna però conoscere la realtà, studiare ciò che è avvenuto. In questo senso la Cgil fa un passo in avanti: pone la discussione su basi scientifiche e mette questi risultati a disposizione di tutti».

La questione è creare i presupposti per un “nuovo patto territoriale”: «Si è discusso molto su quando ripartire, poco, molto poco, sul come. E’ arrivato il momento invece di ragionare su quale sviluppo vogliamo, e di aprire una fase completamente nuova fatta di investimenti nell’economia circolare, in nuove strutture materiali e immateriali, nelle politiche sociali e nel welfare, nelle infrastrutture».

E in effetti dal primo rapporto dell’osservatorio pandemico di Cgil e Pin Prato, riferito al primo trimestre 2020, viene fuori che, nonostante un mese scarso (marzo) di lockdown, le conseguenze si intravedono, e le ipotesi tendono al peggio.

Pil, in caduta – Forse non tutto è dovuto alle conseguenze della pandemia, ma le stime preliminari su scala annua del prodotto interno lordo per quanto concerne Prato e provincia sono poco tranquillizzanti: nel 2020 si prevede una caduta del Pil del 9,74%, con 2538 disoccupati in più rispetto al 2019, e un tasso di disoccupazione cresciuto del 2,1%. «Certo – chiarisce Dimitri Storai – non è detto che questo scenario si verifichi, dipende molto dalle misure che continueranno ad essere prese per limitare le conseguenze, ma la proiezione si basa su basi solide».

Default da Covid-19 – Con riferimento ai settori della manifattura (escluso tessile e farmaceutico) e commercio (escluse farmacie) si prevede un forte incremento delle aziende che andranno in default: nel primo settore falliranno 144 aziende in più rispetto al 2019, nel secondo il lockdown provocherà 119 nuove chiusure. Dati non meno pesanti nelle costruzioni e nel tessile: con +96 fallimenti aziendali nel primo caso e 41 nel secondo.

Meno imprese – I dati sulla demografia d’impresa evidenziano una diminuzione delle unità locali, che – tuttavia – non si ritiene effetto della pandemia, che avrà ricadute sulla composizione del sistema produttivo solo nel medio periodo (e non nel breve). Comunque, nel tessile, da gennaio a marzo 2020, si sono perse 45 unità produttive rispetto all’anno precedente, con un calo percentuale dell’1,72%; nell’abbigliamento c’è stato, invece, un aumento (+19), nella meccanica si è persa solo un’unità produttiva. Evidente però il rallentamento, nei numeri totali. nell’ultimo trimestre.

Manifattura, addetti in calo – Scemano anche i lavoratori impiegati nella manifattura: nel primo trimestre 2020 sono calati complessivamente di 197 unità nei settori trainanti del distretto (50 in meno nel tessile, 56 nell’abbigliamento, 39 nella meccanica). Complessivamente, su scala annua (marzo 2019-marzo 2020), l’andamento è stato positivo, ma è chiara la frenata nell’ultimo trimestre (-0,07%). «Il dato in sé – spiega Enrico Fabbri – non è negativo, ma si spiega col divieto di licenziare e con l’entrata in funzione degli ammortizzatori sociali».

Mercato del lavoro, saldi negativi dei flussi – Nel primo trimestre 2020 gli avviamenti al lavoro sono stati 14.114 (-27% rispetto allo stesso periodo 2019); le cessazioni sono state 12.835 (-4,1%). Il saldo è, invece, crollato: -78.8% sul primo trimestre 2019. La forte diminuzione dei saldi è dovuta non a licenziamenti (il governo li ha vietati), ma a mancate proroghe e mancate trasformazioni.

Ammortizzatori sociali, sale il consumo – Nel primo trimestre di quest’anno sono state 143.556 le ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria, con una variazione percentuale di più 53,9% rispetto al primo trimestre 2019.

Quasi 2.000 fin qui le domande nel 2020 al fondo di solidarietà bilaterale per l’artigianato, che hanno interessato poco più di 9 mila lavoratori.

Un milione e 576 mila le ore nel 2020 di cassa integrazione in deroga, per 7.121 lavoratori e una media di 27,7 ore a lavoratore.

«Senza questi e senza il divieto di licenziare – ancora Fabbri – l’occupazione sarebbe crollata. Gli ammortizzatori sociali e licenziamenti impediti hanno evitato un’ecatombe».