Cronaca di una lotta dell’altro mondo

Cronaca di una lotta dell’altro mondo

Dai cancelli della Bagnolo Srl di Calenzano, sono venuti tutti a piedi a Prato a chiedere aiuto alla Cgil dopo l’ennesimo rifiuto di essere pagati per un lavoro di confezione di dieci ore al giorno per 800/1000 al mese. “Se non vi va bene, andatevene. Tanto ne ritroviamo quanti ne vogliamo”. 25 lavoratori provenienti da cinque paesi diversi: Senegal, Costa D’Avorio, Pakistan, Afghanistan, Bangladesh. Li hanno radunati fuori e cacciati. Dopo l’iniziale smarrimento si sono messi in cammino. Hanno sentito parlare di sindacato e della CGIL e allora a piedi fra il traffico e per chilometri. Niente rispetto a farsi a piedi dal Pakistan alla Turchia come ha raccontato uno di loro. Due mesi di arretrati di stipendio, che significa perdere tutto. Senza non paghi l’affitto e ti cacciano da casa. Senza rischi di perdere il diritto a stare in Italia. Succede il 26 marzo. Alessandro Picchioni, funzionario FILCTEM CGIL della provincia di Firenze (l’azienda è su quel territorio e non su Prato) ricostruisce la storia. Progetto Doris a capitale albanese ha tutto il capannone. C’è un appalto ambiguo in quanto unico dato alla Bagnolo SRL in capo ad un italiano che nessuno ha mai visto. Confezionano abiti. Poi c’è la stireria che ha più o meno lo stesso numero di lavoratori. Lavoravano dalle 8.30 alle ore 19.00. Abitano a Calenzano, Prato, Sesto, Lastra a Signa, Livorno, Pisa. Si spostano coi mezzi pubblici e a piedi. Alle ore di lavoro devi aggiungerci i sacrifici degli spostamenti lunghissimi. 

Si apre subito una vertenza per “allontanamento verbale”. Picchioni guarda le loro buste paga e si mette in contatto con il consulente. Forse ci sono anche i presupposti per “sfruttamento da lavoro”. L’azienda però manda a dire di non avere soldi e che i lavoratori se ne sono andati di propria volontà. Non si prospettano incontri a breve, allora il 29 marzo, lavoratori e sindacalisti si ritrovano davanti ai cancelli per un presidio che si crede durare un’ora. Lì però i titolari e alcuni lavoratori della stireria di nazionalità albanese (che si viene a sapere anche loro in arretrato di stipendio) tentano di portare via le macchine. Allora il pericolo che smantellino senza pagare si fa realtà e il presidio diventa permanente. Si attiva subito la CGIL in tutte le sue strutture, la comunità di Calenzano con le istituzioni, la Caritas che propone di portare il cibo. I lavoratori si rifiutano. “Senza lo stipendio non stiamo mandando i soldi alle nostre famiglie. I nostri bambini non mangiano. Se non mangiano loro, non mangiamo neanche noi”. I sindacalisti rimangono colpiti, ma insistono. Li convincerà una frase di Picchioni “Il padrone si combatte a pancia piena”.
In effetti la lotta è appena cominciata. Dormono davanti al cancello. Si alzano e sembrano indenni dal disagio, al contrario dei sindacalisti che lamentano acciacchi, ma non li lasciano mai soli. “Hanno una tempra per noi dimenticata”, mi dicono. Ogni pezzo della CGIL si attiva. Arrivano funzionari e delegati da ogni dove. Chi si occupa di immigrazione prende in carico i loro casi coi permessi di soggiorno, chi dello sportello Sol, fa loro il curriculum, chi dell’ufficio vertenze prepara ogni singola denuncia. In un’ora il venerdì 29 marzo vengono scritte 26 denunce di sfruttamento. “Sapevamo della CGIL, ma non ci aspettavamo così tanta solidarietà dagli italiani”.
Il sabato e la domenica passano abbastanza tranquilli. Arrivano altri lavoratori alla spicciolata, esponenti politici e singoli cittadini a portare solidarietà. Cori, canti, cous cous e fuoco acceso in un bidone. Ci sono delle brandine, confezioni di biscotti e acqua e due Sebac.
Il lunedì 1 aprile il titolare non ammette di avere responsabilità nei confronti di questi lavoratori. Si lamenta che gli stanno bloccando l’attività. Nel piazzale viene fatta la segreteria della camera del lavoro, per continuare a presidiare. Viene richiesto un vertice in Regione urgente, perchè oltre alla questione lavoro, stare lì è anche una questione di ordine pubblico.
Il martedì mattina il titolare si presenta con tanti altri per forzare la situazione. Rispondono un centinaio di lavoratori della Manetti & Roberts che hanno fatto un’ora di sciopero per venire a sostenere i lavoratori in presidio permanente da venerdì. Questo ancora per impedire alla proprietà di sgomberare la confezione senza dare il dovuto ai lavoratori. Perché bisogna metterci i corpi, mai nessuno come la classe operaia ha idea di cosa significa corpo, di quanto lo si spreme e di quanto sia prezioso. Stanno lottando con famiglie lontane, vengono da cinque paesi diversi, hanno permessi di soggiorno in scadenza, ricatti di ogni tipo aggravato dai provvedimenti di Salvini. Ma sono qua a mostrarci l’idea di giustizia sociale. Il piazzale è gremito di lavoratori solidale e i titolari devono andarsene. Quando c’è l’unione concreta non c’è scampo.
Arrivano le tessere della CGIL. Vengono distribuite e qualcuno nota degli errori sui nomi. Si scherza “O perché non vi chiamate tutti Mario, che sarebbe più semplice?”. Ridono. Chiedono a cosa serve. Ognuno prova a spiegare. Gli facciamo vedere anche le nostre. Tienile col documento.
Nel pomeriggio arriva la telefonata per la trattativa. Picchioni raduna i lavoratori e ci parla. “Vogliamo i soldi”. Poche parole, ma chiare.
Fumata nera. Forse forzano la situazione perché sono tutti lavoratori estremamente deboli, hanno il ricatto del permesso di soggiorno in scadenza e il decreto Salvini come spada sul collo.
Il presidio allora continua. Ci insegnano il senso di giustizia. Arrivano le tende. Un’altra notte da passare sull’asfalto. 6 giorni e 5 notti. Avanti.
Mercoledì 3 aprile la resistenza continua. Danno mano lavoratori della GKN, della Menarini, della Icap-Sira, della SIMS, di altre realtà. Gocciola il cielo. Di nuovo i titolari devono ritirarsi. Questo e altro per la dignità. Questo e altro per una vita normale.

Simona Baldanzi