Cgil e Flc Prato denunciano il taglio dei corsi scolastici per lavoratori studenti. “Un diritto negato. Anche così si impoverisce il nostro sistema sociale e produttivo”. Alle superiori mancano 43 cattedre. Meno venti classi

Cgil e Flc Prato denunciano il taglio dei corsi scolastici per lavoratori studenti. “Un diritto negato. Anche così si impoverisce il nostro sistema sociale e produttivo”. Alle superiori mancano 43 cattedre. Meno venti classi

«Un diritto negato, se non arriverà un rimedio prima di settembre», è lapidario il giudizio di Filomena Di Santo, segretaria generale Flc Cgil Prato, e del segretario generale della Camera del Lavoro Lorenzo Pancini. Un diritto allo studio, tutto da raccontare, negato a quei lavoratori che frequentano i corsi serali di educazione degli adulti al Buzzi, Dagomari e Datini (i tre istituti superiori che li organizzano), con l’obiettivo di raggiungere dopo quattro anni (il biennio è svolto in un anno) il diploma di maturità. Una settantina di lavoratori che ogni anno tornavano sui banchi: questo però fino allo scorso anno scolastico, interrotto bruscamente dall’esplodere dell’emergenza sanitaria. Da settembre no, non potranno più, se non si trova una soluzione, tanto che i sindacati scuola di Cgil, Cisl e Uil e lo Snals hanno aggiunto anche questo argomento al tema sugli spazi per la didattica, posto nella richiesta d’incontro indirizzata al presidente della Provincia per prepararsi alla riapertura della scuola, con tutti i problemi connessi seguiti all’epidemia Covid-19.

E il Covid c’entra nel taglio delle sezioni serali di scuola per adulti, come c’entra l’annosa carenza di personale (docente e Ata) di cui soffre Prato, per cui a poco più di due mesi dal 14 settembre, segnato come giorno di apertura del nuovo anno e di ripresa dell’attività scolastica, mancano alle superiori (senza considerare le necessità derivanti dai distanziamenti, altrimenti sarebbero il doppio) 43 cattedre, che determinano la cassazione di 20 sezioni. A farne le spese, non potendo non organizzare le “normali” lezioni e, conseguentemente, le classi («che saranno inevitabilmente classi “pollaio”, in barba a tutti i discorsi sulla riapertura in sicurezza», chiosa Filomena Di Santo), sono gli studenti lavoratori, e la loro voglia di riprendere gli studi. L’Ufficio scolastico provinciale per far quadrare i conti (meno insegnanti e meno classi) ha tagliato sull’educazione per gli adulti: «Non è soltanto un diritto negato – commenta Pancini – è anche un impoverimento culturale ed economico, che il nostro sistema locale non può permettersi. Prato, come l’Italia, usciranno prima e meglio dalla crisi se sapranno investire anche in istruzione, nell’innalzamento del livello delle conoscenze dei lavoratori, visto che di competenze ne hanno da vendere. L’aumento della produttività, che viene di continuo evocato, verrebbe da dire, passa anche da qui». Corsi per altro frequentati con molto profitto: ai recenti esami di maturità, al Datini, si sono registrati tra i lavoratori studenti due 100 e due 99.

E, invece, accade che Buzzi, Dagomari e Datini non potranno riaprire le loro aule agli studenti lavoratori, che potrebbero rivolgersi al Centro provinciale per l’istruzione per gli adulti (Cpia), già frequentato da 1200 persone, «solo che finirebbero per non fare niente – spiega la segretaria generale della Flc Cgil di Prato – perchè il Cpia, mancando delle materie degli indirizzi, è calibrato per medie e alfabetizzazione degli stranieri. Senza contare che andrebbero trovati nuovi locali, visto che ora il Cpia è ospite della scuola Mazzoni, una sistemazione inadeguata». L’unica alternativa è cercare corsi fuori Prato, «ma si capisce bene – ancora Di Santo – che non è soluzione praticabile per lavoratori che vanno a scuola di sera, e durante il giorno devono studiare e, appunto, lavorare».

Di più: il taglio di questi corsi produce effetti anche sulla mancata riduzione della dispersione scolastica: «Non sono pochi i lavoratori – continua Filomena Di Santo – che in questi corsi trovano un modo per riprendere gli studi abbandonati».

Una vicenda che funge da cartina di tornasole dei guai del sistema scolastico italiano, «e di come in questi anni – concludono Pancini e Di Santo – si sia rinunciato a investire sul personale, docente e non, nelle strutture, nella didattica. Come Cgil di Prato non abbiamo alcuna intenzione di arrenderci allo stato delle cose e denunciamo questo ennesimo colpo inferto alla scuola nella nostra realtà».