Salute e sicurezza sul lavoro: un tessuto di prevenzione logoro

Salute e sicurezza sul lavoro: un tessuto di prevenzione logoro

di Simona Baldanzi

Dipartimento salute e sicurezza della Camera del lavoro CGIL Prato

Il fatto: nell’incendio della mansarda della villetta nella frazione Tignamica di Vaiano (Prato) hanno perso la vita soffocati dal fumo un uomo e una donna di nazionalità cinese la notte del sabato 26 agosto. Nell’abitazione e annesso vi sono state trovate circa 17 macchine da cucire e 20 posti letto. Si sono salvati una donna cinese e suo figlio di 14 anni, che vivevano in quella stessa casa e a detta di qualcuno, forse altri che dormivano lì, ma che si sono dileguati. Questa donna era intestataria del regolare contratto di affitto stipulato con la proprietaria italiana che ha dichiarato di aver scoperto la trasformazione dell’abitazione in laboratorio e inviato una lettera di diffida privata il 3 agosto chiedendo di rimuovere le macchine da cucire.

L’antefatto: dopo il rogo del Teresa Moda dove persero la vita sette operai cinesi nel dicembre 2013, si è attivato il Piano del lavoro sicuro che ha visto il controllo sistematico di tutte le confezioni a titolarità cinese nella piana Firenze-Prato-Pistoia. I controlli hanno riguardato i capannoni essenzialmente su rischio elettrico e incendio e questione di promiscuità come presenza di dormitori e cucine. Questa prima fase, che ha visto oltre 8.000 controlli e l’assunzione di una settantina di tecnici della prevenzione, si è conclusa nella primavera del 2017. Da qui è partita la seconda fase di controlli “più approfonditi”.

Il dato nazionale uscito sulla stampa: è di ieri l’attenzione mediatica nazionale (Repubblica e vari TG) che sottolinea la drammatica inversione di tendenza: dopo anni di infortuni in calo si registra in Italia un aumento di morti sul lavoro di oltre il 5%.

Leggendo un po’ la corposa rassegna stampa sul rogo di Vaiano e gli ultimi dati sulle morti sul lavoro a livello nazionale, vorrei portare l’attenzione su alcuni aspetti.

L’attenzione mediatica al tema

Per chi si occupa di salute e sicurezza su Prato e non solo, colpisce sempre che il tema crea un gran rumore quando avviene un infortunio mortale e soprattutto se colpisce la comunità cinese. A quel punto si sentono legittimati a prendere una posizione e a fare cassa di risonanza molte voci, che altrimenti non si leverebbero. Questo è insolito e rischia di distogliere l’attenzione sul problema che è molto ampio e complesso. Come CGIL di Prato abbiamo evidenziato spesso che gli infortuni mortali e gravi nel nostro territorio stanno riguardando sempre più classi di età elevate (risultato della riforma Fornero che ha prolungato i tempi di attesa per la pensione esponendo lavoratori anziani ai  rischi di salute e sicurezza), contratti precari (la non stabilizzazione espone di più al rischio) e lavoratori stranieri (di ogni etnia, sicuramente più ricattabili poiché al lavoro è legata la loro permanenza nel nostro paese e sicuramente legato anche a una minori formazione e conoscenza della cultura di salute e sicurezza del nostro paese). Anche il dato nazionale appena uscito che segnala un aumento del 5% delle morti sul lavoro, del 2% sulle età avanzate conferma questa situazione. Le riforme sul lavoro recenti, dalla Fornero al Jobs Act contengono anche questa responsabilità di aggravio della situazione. Salute e sicurezza non sono scollegate da protezione contrattuale e tutela dei diritti. Salute e sicurezza sul lavoro hanno bisogno di analisi, attenzione e politica costante e non brusii concentrati di indignazione che si spengono subito dopo.

L’invito alla denuncia

Il procuratore Nicolosi del tribunale di Prato ha affermato che ciò che si è trovato davanti è una situazione peggiore del Teresa Moda, una tragedia dell’illegalità gravissima poiché un’azienda si è insediata in una civile abitazione. Spostare la produzione dai capannoni a luoghi più segreti come garage, soffitte, mansarde, case sicuramente complica il quadro e rende ancora più difficile i controlli: per entrare in casa serve un mandato. Molti, dalla procura alla politica, invitano a denunciare: anche i cittadini devono vigilare e se vedono qualcosa farlo presente.

Anche se l’invito alla denuncia al singolo cittadino è apprezzabile e auspicabile, se rimane l’unico appiglio di azione, dimostra un forte indebolimento della politica. La proprietaria non ha denunciato alle autorità, ma ha inviato una lettera privata pensando così di provarci da sola o forse che bastasse per difendersi dalle responsabilità. Negli anni è dilagata l’idea di poter fare sceriffi e giustizia da soli, delegittimando moltissimi soggetti collettivi, dai partiti, alle autorità, alle amministrazioni, alla procura, alla ASL. Una perdita di fiducia che è cresciuta esponenzialmente. Questa storia della legalità, come parola e concetto isolato e sganciato da giustizia sociale e legittimità, sta diventando sempre più sinonimo di mettersi al riparo per la propria parte, dare colpe e indicazioni ad altri, più che prendersi delle vere e proprie responsabilità condividendole con altri. A quante denunce in materia di salute e sicurezza fanno seguito dei provvedimenti? Spessissimo lavoratori e loro rappresentanti (RLS) insieme a sindacati fanno denunce ed esposti, ma poi che succede? Risposte lente o inesistenti che spesso mettono poi a rischio posti di lavoro di chi denuncia. Lavoratori con lettere di richiamo, sospensioni da lavoro, delegittimazione del ruolo, isolamento, licenziamento. Potremmo raccontare diverse storie così. Chi denuncia in materia di salute e sicurezza viene spesso lasciato solo, diciamolo chiaramente. Questo non è più accettabile. Gli inviti alla denuncia si fanno se poi si da tutto il supporto necessario a proteggere chi denuncia, ad ascoltare, capire e attivarsi per la soluzione del problema o diventa solo un rimpallo di responsabilità. Inoltre Jobs act e riforma Fornero sono leggi, sono legali, ma a quanto pare indeboliscono la salute e la sicurezza sul lavoro. Il rispetto delle regole si crea attraverso un percorso culturale alimentato da una legittimazione delle stesse, se esse non portano a piena dignità e tutela sul lavoro che si fa se non provare a cambiarle?

La Regione Toscana

Enrico Rossi ha dichiarato che l’impegno della Regione Toscana è massimo anche se appunto il quadro si complica con l’illegalità che cambia pelle. E la pelle della Regione? Gli enti preposti al controllo come le ASL sono state recentemente oggetto di riforma regionale e accorpamento in macro aree, con conseguente mancanza di personale e allontanamento dal territorio di riferimento. Il rischio presente è che si allenti conoscenza e intervento anche in materia di salute e sicurezza: più ci allontaniamo da Tignamica, più quel caso non lo vediamo e non lo preveniamo. Tutto l’impegno sui controlli del Piano del lavoro Sicuro può essere apprezzato, ma questa massima attenzione per la materia come si realizza in Regione? Il dirigente del settore salute e sicurezza è un posto vacante dal 2010 e con un decreto fatto proprio in questo agosto, quando è più facile che ci sia la giusta attenzione per le ferie di molti, senza coinvolgimento delle parti sociali, si accorpa in un unico settore diversi comparti, correndo il rischio che venga meno alla “prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro” quell’autonomia e specificità che la materia richiede. Si rischia così di indebolire e vanificare tutto il lavoro svolto in questi anni dal settore, come la rete degli RLS, le mappature sui cantieri, gli approfondimenti sui rischi di settore, la formazione ecc, così come ha denunciato la Cgil regionale e la Fiom Cgil Firenze. Inoltre è recente la notizia della mancata stabilizzazione dei tecnici della prevenzione: senza personale stabile non si può fare controlli e sopratutto prevenzione.

Il comune e la provincia di Prato

La materia di salute e sicurezza aveva uno specifico tavolo di competenza, discussione, confronto e attività con la Provincia di Prato. Tolta, riformata o ridimensionata la Provincia per chiara volontà politica, il tavolo ha praticamente smesso di esistere. Rimettere questo tavolo dove far lavorare insieme le parti sociali, le autorità e tutti coloro che si occupano di salute e sicurezza non era cosa da poco: oltre all’analisi dell’andamento infortunistico, alle misure da condividere, era essenziale anche per un lavoro costante di cultura della prevenzione fatta nelle scuole. Oltre ai controlli, dunque, si dovrebbe far ripartire la politica su questo: viene ribadito ad ogni morte sul lavoro, ma poi non viene mai rimesso in piedi.

Inoltre gli enti pubblici possono farsi promotori di salute e sicurezza impegnandosi nei luoghi di lavoro di propria competenza, soprattutto nei propri appalti. Troppo spesso c’è incuria e mancanza di attenzione su salute e sicurezza nei confronti di lavoratori e lavoratrici in appalto. Non dimentichiamo che su Prato “l’impresa” più grande del territorio è proprio quella del Comune. Il miglior modo per rinforzare la cultura su salute e sicurezza e quindi pretenderla da tutti è quella di attuarla per primi e diffonderla sui propri settori di competenza. Proprio al tavolo provinciale era stato costruito un protocollo sulle gare e la salute e sicurezza di cui non abbiamo più notizie: che fine ha fatto? È stato mai applicato?

Il sistema dei controlli e la comunità cinese

Il Piano del lavoro Sicuro ha riguardato le aziende a titolarità cinesi. Così come il pressing sui capannoni ha spostato le condizioni illegali in altri luoghi più inaccessibili, si corre il rischio che siccome “si controllano i cinesi” per tutto il resto ci sia un gran bomba libera tutti. Nella filiera tessile nel territorio pratese, difatti, ultimamente gli infortuni mortali o gravi sono avvenuti in ditte a titolarità italiana: vecchi infortuni che si credevano superati come schiacciamento di arti o da muletto o cadute dall’alto. Inoltre la seconda fase rischia di essere meno accettata dalla comunità cinese: ci sono segnali di sofferenza nel sentirsi continuamente sotto controllo, spesso non capendo il senso di tutta l’operazione se non quella della riscossione delle multe. Un esempio è il controllo sull’impianto elettrico: nella prima fase si chiedeva la certificazione, nella seconda la verifica di messa a terra. Documenti che certificano la “sana e robusta costituzione degli impianti”, certo, ma chiederglieli in due fasi distinte crea confusione. Si fanno controlli solo su alcuni aspetti e ciò rischia di trasformare salute e sicurezza solo come adempimenti burocratici anziché rafforzare la cultura. Proliferano inoltre molte aziende che lucrano su questo: vendita di DVR (documento di valutazione dei rischi) e attestati falsi di formazione in materia di salute e sicurezza. Inoltre controlli basati solo sulla nazionalità dei titolari amplificano l’idea che esista un sistema illegale bubbone da estirpare completamente staccato da tutto il resto (il cosiddetto distretto parallelo). Non è così. Il processo sul Teresa Moda ha dimostrato il braccetto stretto in nome del profitto fra professionisti dell’immobiliare italiani, professionisti italiani e titolari cinesi. C’è una filiera del tessile e della moda: mai come in questo settore, ogni anello è collegato ad un altro. Bisogna guardarli nell’insieme, così come va guardata tutta la città di Prato, nella sua storia fatta di telai abusivi in garage prima dei mezzadri, poi dei meridionali, poi dei cinesi, poi chissà. Se non si studia, analizza, approfondisce e non si agisce con azioni coerenti, se insomma, non si fa politica complessa ognuno per la propria parte, più che slogan si rischia di replicare la storia in condizioni peggiori.