Mi sentivo italiana come tutti. 27 gennaio, Giornata della Memoria

Mi sentivo italiana come tutti. 27 gennaio, Giornata della Memoria

27 gennaio 2018: Giornata della Memoria, in quest’epoca di memoria sempre troppo corta. Non vogliamo usare parole diverse da quelle belle e toccanti di chi la tristezza prima, e l’orrore poi, delle leggi razziali lo ha vissuto sulla propria pelle.

LEGGI RAZIALI 1938

Era il mese di agosto dell’anno 1938, avevo 18 anni. In quel periodo ero al mare presso dei parenti, anch’essi ebrei. Dai loro discorsi e dal quotidiano del giorno venni a conoscenza che il governo aveva emanato, di punto in bianco, alcune leggi riguardanti gli ebrei , in quanto appartenenti ad una razza diversa da quella “ ariana “.

C’erano diversi divieti, alcuni riguardavano gli adulti, ma quello che mi colpì in modo particolare riguardava il fatto che si allontanava da scuola ogni alunno di origine ebraica, dalle elementari, al liceo e alle università.

Avevo 18 anni e avevo frequentato fino ad allora il liceo – ginnasio Michelangelo a Firenze, sarebbe stato l’ultimo anno e mi aspettava l’esame di maturità classica. Con quella legge io, come tanti altri giovani italiani, non avrei potuto finire gli studi né avere un diploma.

Fu deciso di farmi sostenere l’esame di maturità privatamente, preparandomi con altri ragazzi nelle mie stesse condizioni. Si compose una classe di 5 elementi: eravamo Lina Fianchetti, figlia del mio medico di famiglia, Vivaldo Levi d’Ancona che aveva i genitori già in America, un altro ragazzo di cui non ricordo il nome e si aggiunse poi una ragazza proveniente da Prato, di cognome Bemporad. Avevamo dei bravi professori per le varie materie. Per potermi permettere di frequentare lezioni private i miei parenti, con i quali vivevo, dovettero vendere i mobili dei nonni Nissim che mi avevano lasciato in eredità alla loro scomparsa.

Finalmente arrivò il sospirato, ma anche temuto, giorno dell’esame: era il luglio 1939. Ci presentammo davanti alla scuola e ci rincontrammo con gli altri compagni di classe i quali, un po’ per l’emozione del giorno, un po’ per imbarazzo, ci salutarono appena.

Iniziò l’appello. Noi cinque fummo gli ultimi ad essere chiamati, in fondo alla lista. Con grande meraviglia ci additarono la porta di un’aula riservata solo a noi! Quando entrai nel corridoio scorsi una porta aperta nell’aula accanto alla nostra e le mie migliori amiche sedute le une accanto alle altre. Il mio sguardo corse a cercare la mia migliore amica, Fernanda, con la quale avevo frequentato tutte le scuole superiori, eravamo compagne di banco, inseparabili, facevamo i compiti insieme e d’estate andavo al mare con lei e la sua mamma. Quando mi sedetti in un banco da sola in quella grande aula, grande per cinque soli ragazzi, sentii la mancanza della “ mia classe “ e della mia amica in particolare. Poi arrivò la professoressa con la busta del Ministero e trascrisse alla lavagna i titoli dei temi da svolgere a scelta. Anche agli esami orali eravamo solo noi ad essere interrogati e poi invitati ad uscire dall’aula. Mi soffermai nel cortile dell’istituto e, frustrata dalla situazione e dalla tensione per l’esito ancora incerto dell’esame sostenuto, scoppiai in singhiozzi, cosa che non ricordo di avere mai fatto fino ad allora. Fortunatamente fui raggiunta da una delle professoresse della commissione che mi rassicurò, assicurandomi che ci avrebbero promosso tutti (probabilmente a causa dell’incertezza del nostro futuro). Le assicurai che non era per causa dell’esame che mi preoccupavo, ma non potei dire altro. Avevo constatato di persona la solitudine in cui vivevamo, il distacco dalla vita reale, dagli altri che ci consideravano “diversi“ perché ebrei, mentre io mi sentivo ed ero sempre stata italiana come tutti e, fino al 1938, ero anche Giovine Italiana e ahimè anche fascista. Del resto tutti allora lo erano o fingevano di esserlo per opportunità.

Quella fu la prima grande delusione alla quale sono seguite molte altre molto peggiori …

Aruch Anna Maria