Lo shock RLS

Lo shock RLS

Simona Baldanzi RLST PRATO

Mio bisnonno è diventato zoppo in miniera e per non fargli perdere il posto, fu sostituito da suo fratello. Uno zio è morto a poco più di 30 anni schiacciato dal trattore. Povero zio Vito, dicevano in casa come una nenia. Mia mamma si è salvata un occhio grazie alla lente da contatto rigida. Cuciva i jeans, aveva segnalato che il vetrino di protezione era graffiato, ma non glielo avevano sostituito e l’ago è schizzato. Fin da piccola ho capito che il lavoro poteva farti male, molto male.

Ho iniziato a occuparmi di salute e sicurezza all’università andando e studiando i cantieri dell’alta velocità e la 626 era un codice da decifrare a cui mi sono appassionata. Mi sono imbattuta nel rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Ne ho conosciuti di bravi e preparati. Mi hanno contagiato. Come ricercatrice ho iniziato delle collaborazioni con medici del lavoro e tecnici della prevenzione e ho accumulato conoscenza e passione, teoria e pratica. Da piccola ho imparato che il lavoro faceva male, crescendo ho capito che possiamo fare qualcosa per evitare questo male. Quando mi sono ritrovata a lavorare nel call center, tutto questo fluire di studio ed esperienze è diventato per forza candidarmi per fare la RLS lì dentro. Da lì sono diventata RLST del commercio e da pochi mesi faccio la RLST dell’artigianato su Prato.

Inizio con questo racconto perché siamo anche storie di morti e infortuni che ci portiamo dietro, siamo storie individuali e collettive. Per fare una strada collettiva, per migliorarla, bisogna partire anche dalle strade singole. Mi sono letta tutta la ricerca sul ruolo degli RLS fatta in collaborazione con INAIL e il documento alla base di questa assemblea e vorrei dare alcuni spunti.

Per indole parto dalla ricerca che ha individuato quattro modelli partecipativi del RLS. Il modello  a cui bisogna ambire è quello chiamato virtuoso e che vede un’alta maturità del sistema di gestione della sicurezza e un’alta maturità del ruolo del RLS. Come ci arriviamo? Sentiamo spesso, bisogna rafforzare il ruolo del RLS. Bisogna riconoscere che il RLS è una figura shoccante. Lo è per i lavoratori, lo è per le aziende, lo è per le organizzazioni sindacali. È uno shock perché è una figura che per legge deve esserci e deve esserci formato e ancora non se ne conoscono diffusamente le potenzialità. A questo, per tanti anni, non siamo stati abituati, perché, passatemela, il sindacalista classico non è questo, non c’è per obbligo, non è formato per forza.

Mi concentro su questo punto perché per rafforzare il ruolo, bisogna impegnarsi a estenderlo davvero in ogni lavoro e bisogna non smettere di formarlo, anche fuori dall’obbligo di legge, considerarli punte di diamante dentro i sindacati. La ricerca su questo da indicazioni importanti: gli RLS vogliono crescere e studiare ancora di più soprattutto su elementi relazionali, di comunicazione, sui rischi e malattie del futuro e sullo stress da lavoro correlato. Proviamo a darci questa formazione, proviamo a creare sempre più occasioni di confronto fra RLS/RLST e territori dove si raccontano problemi e soluzioni e diamola anche all’interno delle organizzazioni, delle categorie. La ricerca mette in luce quanto sia importante per abbassare infortuni e malattie il livello di maturità delle organizzazioni su completezza e consapevolezza su salute e sicurezza, lo dice per le aziende, ma lo dobbiamo fare proprio anche per le nostre organizzazioni. Come? Un esempio. Sono andata un po’ di volte in aula per una categoria nazionale CGIL a raccontare come funziona il RLST e ciò che faccio all’interno di un corso di due giorni su salute e sicurezza e contrattazione. Raccontiamolo ai funzionari perché anche loro diventino consapevolezza e moltiplicatore di shock. Li stupiremo delle cose che possiamo fare insieme. Come bisogna cercare di riportare questa formazione/informazione e questo shock fra i lavoratori: sempre la ricerca ci dice che le assemblee dedicate a salute e sicurezza sono ancora troppo poche. Il tema sta ai margini, troppo spesso si fa solo quando è successo qualcosa di grave, quando è tardi. Parlando con le lavoratrici di un asilo nido, come RLST ho proposto loro che facessero due ore di formazione l’anno con uno psicologo per ragionare di problemi relazionali coi genitori, per gestire lo stress coi bambini, di non aspettare i cinque anni della formazione obbligatoria, ma diluirla nel tempo in questa forma. Mi hanno guardato sgranando gli occhi: questa è salute e sicurezza?

Altro elemento che ha evidenziato la ricerca è che c’è una carenza nei rapporti degli RLS con gli altri soggetti fuori dalle organizzazioni sindacali. Non dobbiamo temere di rafforzare le reti territoriali con ASL, INAIL, istituzioni, esperti della materia, Procura ecc. Certo nei tavoli e nei momenti ufficiali (anche se con abolizioni della provincia e riforma delle ASL è sempre più difficile trovare questi luoghi/momenti), ma anche come strategia di relazioni e come formatori. Come? Seguendo il processo sui morti nel rogo del Teresa Moda a Prato, dove persero la vita sette operai cinesi, andando in tribunale, ascoltando le testimonianze e leggendo gli atti, studiando la sentenza ho imparato molto. Ciò che ho imparato poi lo abbiamo condiviso con slide e discussione fra gli RLS CGIL di Prato nel coordinamento. Bisogna irradiare conoscenza e relazioni per crescere tutti. Perché te lo ritrovi. Ho conosciuto da poco un RLS della vigilanza che cambiando lavoro è diventato RLS dei vigili del fuoco. Chi fa il RLS, ci crede, si appassiona poi è RLS per sempre e se avrà modo lo rifarà e comunque gli tornerà utile anche come lavoratore o come sindacalista.

Mi fermo sulla ricerca anche perché ci sarà modo di riparlarne come del sito nazionale che stiamo costruendo: cosa importantissima per la cassetta degli attrezzi.

Sul documento, alcune indicazioni le ho già dette parlando della ricerca. Mi sta a cuore la contrattazione. Si auspica che diventi patrimonio del RLS. Direi anche che il decreto 81 diventi patrimonio di tutti i soggetti che fanno contrattazione. Troppo spesso vediamo accordi di premialità su velocità e produttività. E se per fare più veloce, non consideriamo la sicurezza?  Oppure vediamo negli accordi, alcuni elementi che il decreto 81 già stabilisce per legge: questo non vuole dire ottenere, noi bisogna migliorare. E si migliora se anche i funzionari e i delegati siano consapevoli e formati e coinvolgendo gli RLS. Perché l’organizzazione del lavoro riguarda in pieno salute e sicurezza così come una protezione a un macchinario. Se si parla di turni, orari, assunzioni e licenziamenti può sembrare che non riguardi il RLS e invece non è così. Così come funzioni al meglio la comunicazione fra patronati, denunce di malattie professionali e lavoro degli RLS. Non ci possiamo permettere vuoti di flussi informativi.

Mi piacerebbe parlare di Prato e delle tante difficoltà che incontriamo quotidianamente. Io sono quella che tenta di entrare con lo zainetto rosso nelle confezioni cinesi. Vorrei come RLST essere dotata di strumenti informativi in più lingue per far conoscere il mio ruolo (e quindi rappresentare davvero tutte e tutti) anche a chi viene da un altro paese, da un’altra cultura. Vorrei insomma che ci fossero più possibilità di confronto per costruire strumenti utili per tutti. Sul piano del lavoro sicuro ci sarebbero tante cose da dire, solo due considerazioni sul lavoro regionale: la riforma ASL con accentramento delle funzioni del dipartimento non aiuta, cerchiamo di stabilizzare i tecnici della prevenzione neoassunti e portiamolo come sistema non come evento spot e concentrato solo su un’etnia perché alcune ditte italiane mi dicono “tanto adesso controllano i cinesi, no”?

Finisco parlandovi del protocollo delle molestie e violenze sui luoghi di lavoro. È un tema che è venuto alla ribalta con le notizie di cronaca relative alle denunce nel mondo dello spettacolo. In Italia si stimano un milione e mezzo di donne molestate al lavoro: la questione non riguarda solo il mondo dello spettacolo, riguarda tutti i lavori. Per me questo è un tema centrale su salute e sicurezza. La direttiva europea è del 2007, in Italia l’accordo è stato siglato nel 2016. A Prato lo abbiamo sottoscritto a gennaio 2017. Mi sto impegnando a diffonderlo nelle aziende. Sono stata in una maglieria pochi giorni fa e ne abbiamo parlato in un’ora di formazione. Non ci sono state battute o atteggiamenti sminuenti, ma grossa attenzione e il benestare di tutti a siglarlo in sede di riunione periodica. Il tema riguarda tutte e tutti: malessere, ricatto, abuso di potere. Parlarne e condividere è la prima forma di prevenzione, anche se in realtà la vera prima grande prevenzione è togliere l’alibi del licenziamento e quindi ripristinare l’art.18. Perché come assemblea non ci impegniamo affinché venga sottoscritto in tutti i territori toscani e che RLS e RLST lo portino come protocollo da discutere in assemblee, in riunioni periodiche,  da allegare al DVR, da appendere in bacheca?  Perché non shoccare e prendere la palla al balzo visto l’interesse mediatico e renderlo un tema patrimonio di tutte e tutti?

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