Josephine

Josephine

Quando ci siamo conosciute alla stazione di Bologna lo ricordo ancora nitidamente: ci eravamo incamminate quasi fianco a fianco sulla banchina lungo il binario 1 est. Io portavo la mia solita tracolla e tu un’enorme trolley, un borsone, una borsetta e un fagotto intorno alla vita.

Eri colorata, sorridente, nonostante tutto: quel tutto, l’avrei scoperto di lì a poco.

Quando ci siamo fermate sulla panchina di pietra, quasi in fondo al binario, hai posato a terra, con un rumoroso senso di sollievo, tutte le tue cose; poi hai sciolto il pareo che avevi intorno e ne è uscito, quasi come fosse un miracolo, il tuo bambino.

Un esserino di un’energia incontenibile che sgambettava e strillava come se volesse agguantare il mondo cui era stato finora celato. Gli ho sorriso, gli ho fatto dei complimenti e come se mi conoscesse da sempre, appena ho allungato le braccia mi è saltato al collo. Hai lasciato che lo prendessi, ti sarai certamente fidata del suo istinto e me lo hai presentato.

Questo è Stevy, hai detto, ed io: è bellissimo il tuo bambino. Stevy, con i suoi occhioni enormi che brillavano e due guance tonde come una mela non stava un attimo fermo.

Lo incoraggiavi a giocare con me, non so se perché ti fossi subito rimasta simpatica o perché per un pochino ti avrei sollevata dal farlo tu. Quando è arrivato il treno ci siamo sedute accanto, tu dal lato del finestrino. Appena il treno è partito ti si chiudevano gli occhi, tuo malgrado, allora ti ho detto: non preoccuparti, riposati, te lo tengo io il bambino, tu dormi. Nel guardarti ho provato tantissima tenerezza, solo una sorta di pudore mi ha impedito di canticchiarti una dolce ninna nanna. Si vedeva bene che eri stanca.

Appoggiata al vetro ti sei addormenta immediatamente , la testa troppo piegata, la bocca semiaperta, eri esausta.

Per una mezz’oretta sono riuscita a tenerlo tranquillo con le canzoncine, quelle che cantavo a mio figlio, con “staccia buratta”, con “occhio occhio bello”, ma poi Stevy aveva fame e non è stato più possibile tenerlo tranquillo.

In quel breve viaggio mi hai raccontato un po’ della tua vita: avevi preso il treno per Bologna da Cesena, facevi la bracciante per una cooperativa, già da quattro anni, lavoravi per la stagione di raccolta della verdura e della frutta. Ti eri fermata solo quando avevi avuto il bambino e, quest’anno, la stessa cooperativa ti aveva riassunta sempre con il contratto a tempo determinato. E’ dura, mi dicevi. Quando andiamo nei campi, un’altra donna ci guarda i bambini per dieci euro. Mi alzo alle cinque e lavoro anche dodici ore, ma mi pagano tutto, sono assicurata. Se me lo chiedono, lavoro anche il sabato mattina, per questo prendo il treno il pomeriggio di sabato, ogni due settimane per venire a Prato.

A Prato ho un altro bambino, fa la prima elementare, sta con mio marito che ha perso il lavoro.

Ti racconto di me, ti dico che lavoro alla Cgil e un largo sorriso ti scopre i denti, capisco che sai cos’è la Cgil, capisco che sai da che parte sto, da che parte stiamo.

Quando arriviamo a Prato è sera e penso all’enorme sacrificio che stai facendo; domani dovrai ripartire per Bologna e poi cambiare per Cesena; il peso dei bagagli, il bimbo in grembo e l’altro che lasci a casa. Quando ci salutiamo, ho un groppo in gola, me ne vergogno un po’.

Prima di andarcene riusciamo a scambiarci il numero dei nostri cellulari , con la promessa di risentirci presto. Promessa mantenuta. Oggi Josephine viene da me, viene alla Cgil, farà la domanda per la disoccupazione agricola, e il bonus mamma e mi porta anche Stevy, chissà com’è cresciuto.

Lo scorso 2 Giugno sono andata a Bologna per festeggiare la festa della Repubblica: l ’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro. Al ritorno, alla stazione, ho conosciuto Josephine.

 

Manuela Marigolli