Corriere lo dice la parola, devi correre

Corriere lo dice la parola, devi correre

In occasione del seminario formativo della Rete degli RLS della Regione Toscana intitolato “Sulle ruote della sicurezza: i rischi e le tutele nel mondo dei trasporti” del 5 dicembre 2017, sono intervenuti Simona Baldanzi, Leandro Innocenti e Mirio Benelli.

L’intervento di Pasquale Natale, un nome contraddittorio per un mestiere distorto

Il racconto di Simona Baldanzi, tratto da una storia vera della camera del lavoro di Prato

Occhi da flipper

Arriva in camera del lavoro agitato e confuso.
“Ho lasciato mio nipote al pronto soccorso”.
Gli occhi vanno da tutte le parti, come le palline di un flipper, cercano una sponda dove sbattere, un appiglio per fermarsi.
Sono gli occhi di chi ha avuto paura, tanta.
Siediti, riprendi fiato. Vuoi un po’ d’acqua? Scuote il capo, ma si siede.
Lo guardo. I pantaloni, la maglietta e il cappellino, sono tutti del noto marchio. Lavora per loro, no? No, lavora per la cooperativa che ha in appalto quel servizio. Trasportare e montare mobili. Corrieri e montatori dalla mattina alla sera. E in più fa l’uomo marketing vagante: marchiato come il furgone, porta a giro il brand, fa pubblicità.
“A mio nipote è caduto addosso un pacco di cento chili”.
È lui che lo porta al pronto soccorso.
“S’è fatto un po’ male. Ma è andata …bene”
È sul bene che gli occhi trovano riparo. Guardano i nostri, trovano conforto.
“I tuoi vestiti raccontano subito che eravate a lavoro, che s’è fatto male a lavorare”
Gli spieghiamo che è proprio al pronto soccorso che si attiva la denuncia d’infortunio. Tu racconti, spieghi come è andata e loro in base alla prognosi segnalano al dipartimento di prevenzione e medicina del lavoro dell’ASL del territorio. Tu pensavi non bastasse, tu vieni da un altro paese, è la prima volta che capita e non sai bene come funziona e per questo sei venuto al sindacato, anche se tremi ancora.
Gli guardo le braccia, muscolose, forti. Vedo le vene che pulsano, noto dei graffi. Lui vede i miei occhi sui graffi.
“Sì, per riprenderlo…ma non ce l’ho fatta, m’è sgusciato”
Ha provato a aiutarlo, ma non ce l’ha fatta. Gli occhi riprendono a ballare, sgusciano sulla scrivania, via, via che tira fuori uno smartphone, un tablet, una macchinetta per il bancomat.
“Tutto moderno vedi?” alza più in alto il capo per via della visiera del cappellino, per essere sicuro che io veda tutto.
Faccio sì col capo.
“Ma siamo schiavi moderni”. Lo dice con le mani aperte che disegnano le parentesi su quella tecnologia distesa sulla scrivania. Sta a quel modo e mi pare un Cristo che chiede una benedizione. O tu innovazione amica dell’umanità, tu che dovevi essermi sorella, proprio tu perché non mi liberi dal male? Perché i tuoi sono baci di Giuda?
Gli appuntamenti, gli spostamenti che deve fare, tutto è registrato, tutto è regolato fra app e programmi. Tutto catalogato, tutto in algoritmi e righe che considerano colli da portare, nomi di campanelli da suonare, somme da finire di riscuotere per la consegna. E se c’è un problema? Proprio alla fine di tutto, puoi chiamare, una specie di servizio clienti. Ma tu non sei un cliente, sei un lavoratore. “Sì, ma è un servizio anche per noi”.
Lui è confuso, ma il foglio della sua giornata lavorativa parla chiaro.
“Posso?”
Lo leggo con attenzione. Seguo le righe. Anche lui poggia gli occhi biglia e ritorna preciso, mi spiega tutto. Il lavoro lo sa, il lavoro lo sa raccontare.
8 consegne in una giornata in due.
2 cucine, una camera e un salotto da montare.
Letti, materassi, armadietti.
In serata, per finire, una consegna al 3° e 4° piano.
1089 chili da sollevare.
1300 euro da riscuotere.
“Quando è successo l’infortunio?”
Alla terza consegna. Faccio un punto su un foglio. La visiera del cappellino si china sul foglio. “No, scusa, è per me. Per ricostruire questa storia”. Vorrei strapparglielo di dosso quel cappellino, quella roba lì e quel nome che non ti difende, né te, né tuo nipote, né tutti gli altri. Perché non te lo levi un attimo? Lui non si scompone. Se si toglie il cappellino si smonta, cede, diventa acqua, si scioglie in quella stanza, scompare. Se si toglie il lavoro di dosso, non ha niente, torna via, non può vivere qui, finisce tutto.
Mi vergogno di aver pensato al cappellino. Ritorno sul foglio, su quelle righe e colonne che raccontano la giornata, una qualunque. E se dopo tutta quella fatica coi furgoni un po’ scassati, senza mezzi meccanici di sollevamento, con l’incertezza di farcela, ma ce la fai, poi ti rubano l’incasso? Ma l’indennità di cassa? La busta paga ce la fai vedere?
Le domande si fanno palline da flipper, ne escono tante e non sappiamo evitare che finiscano in buca. La busta la guarderemo per bene con calma, quando tuo nipote starà meglio. Tornate, tornate insieme.
“Vai da lui. Stagli vicino”
Mi guarda. Gli occhi non sono più biglie impazzite.
“Sì, qui in Italia siamo soli lui e io. Non abbiamo nessuno a guardarci. Prenderò qualche giorno anch’io”.
Ripiega i fogli. Mette via tablet, smartphone e bancomat. Mette le mani sulle ginocchia come per darsi una spinta.
Sta ancora in piedi, non è andato in frantumi, non s’è smontato. Ci sorride. È ancora un uomo.
Sul motore di ricerca su internet digito con rabbia. Eccola la tecnologia che ci aiuta, allora esiste per davvero. Guarda quanti modelli, quante tipologie, quanti prezzi. Addirittura puoi digitare cosa vuoi trasportare, mobili, elettrodomestici, altro e c’è il carrellino adatto, la soluzione che fa per te.
Carrello per scale sei ruote per portata 150 chili: 60, 99 euro.
I nostri occhi da biglie impazzite valgono meno?